Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. (Gv 15,9-11)
Commento
Dalla Pasqua vissuta scaturisce la gioia. Eppure, tra le virtù cristiane, essa è la grande dimenticata. Per limitarci al Nuovo Testamento, dove c’è Gesù c’è la gioia. Egli è ancora nel grembo di Maria, e fa esultare di gioia il Battista nel grembo di Elisabetta (Lc 1,44). È appena nato e l’angelo lo annuncia ai pastori come «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Il suo primo intervento nella sinagoga di Nazaret è per contenuto un annuncio di gioia rivolto ai poveri (cf Lc4,18). Anzi, l’intera sua predicazione è preceduta da un invito a gioire: «Beati!», è il ritornello che apre il discorso della montagna (Mt 5,3-11). Per l’apostolo Paolo, la gioia è la prima conseguenza dell’amore che è frutto dello Spirito (GaI 5,22). Gli esempi potrebbero continuare per farci accorgere che, in certe proposte di spiritualità, la gioia non ha il posto che le spetta dentro il cammino cristiano.
Francesco d’Assisi mostra una particolare sensibilità alla gioia. Anzitutto alla gioia, per così dire, primordiale, la gioia cioè che è a disposizione di ogni creatura in quanto tale: la gioia per il dono della vita, per la nostra persona, per le persone che ci circondano e per tutte le creature. Basti ancora una volta ricordare quel vero e proprio magnificat francescano che è il Cantico di frate Sole. L’uomo di Assisi, inoltre, esige dai suoi compagni la gioia come un carattere distintivo.
La gioia di cui Francesco è maestro, non è però un atteggiamento solo psicologico, risultato di un approccio superficiale alla realtà o di un esercizio di autopersuasione. La sua è piuttosto la gioia pasquale, la gioia che scaturisce dalla risurrezione del Crocifisso. Non è una gioia ignara della sof-ferenza, ma piuttosto la gioia che integra e supera la sofferenza nella parola definitiva di speranza, che la risurrezione rappresenta per tutta la storia umana. Francesco approfondisce questa verità nell’ottavo dei Fioretti, dedicato alla perfetta letizia. Dialogando con frate Leone, egli spiega che la gioia perfetta non si gusta nel successo – nella perfezione di santità del frati, nella capacità di operare miracoli, nel possesso di carismi straordinari, nel predicare tanto suasivamente da convertire gli infedeli – bensì nell’insuccesso. Se lui e frate Leone arriveranno al termine del cammino e la porta del convento rimarrà chiusa per loro, e sapranno sopportare la fame, la stanchezza, il freddo e l’umiliazione senza perdere la pace interiore, qui sarà stata per loro la gioia perfetta.
A proposito della gioia, compare nell’alessanese il vocabolario proprio di Francesco, la gioia cioè come letizia. Ha così modo di ribadire che la gioia cristiana non è disgiunta dalla fatica della lotta e della tribolazione. Anzi, è proprio nel servizio ai fratelli che letizia e sofferenza si congiungono, in quanto l’amore per una sua legge propria espone alla sofferenza, offrendo la propria vulnerabilità alla persona amata. Esattamente chi ama di più deve prepararsi a soffrire di più. Ma in questo tipo di sofferenza legata al servizio sta anche la gioia più profonda, quella del Signore Gesù nel momento in cui lava i piedi ai Dodici. Questa è la gioia che devono rivendicare per sé gli apostoli di Cristo.
Don Tonino Bello
«Lieti di soffrire». [ … ] Noi di solito nel nostro linguaggio collochiamo la letizia in certi discorsi, la sofferenza in altri; e qui è veramente strano che nel testo biblico tutte e due le parole vengano accorpate. [ … ] Gli apostoli erano lieti di soffrire. Miei cari fratelli, chiediamo al Signore che ci dia la gioia della brocca, dell’asciugatoio.
Commento
Antonio Bello elabora un interessante approfondimento della visione francescana della gioia. Egli parte dall’osservare che, nel finale del Cantico di frate Sole, Francesco formula quest’invito: «Laudate e benedicite mi Signore, e rengraziate e serviteli cun grande umiltate». Francesco associa l’umiltà con la lode e il ringraziamento, e don Tonino associa l’umiltà con la gioia e la letizia. Umiltà, infatti, deriva da humus, terra, e letizia ha la stessa radice di laetamen. Tra l’uomo (homo), la terra (humus), l’umiltà (humilitas), vi è stretta connessione, così come vi è stretta connessione tra l’umiltà e la letizia .
Don Tonino Bello
Laetificare significa, quindi, rendere lieti e fecondare. Quando questa operazione giunge al vertice, allora si ha la letizia. La letizia è la pienezza, la fiorescenza delle erbe, delle piante e dei fiori: ecco il nesso tra letizia e letame. Ecco perché dicendo «cum grande humilitate» indichiamo la dimensione della gioia e, con essa, il tema generatore della riflessione di questa giornata sull’Eucarestia.
Commento
Che cos’è infatti l’Eucarestia se non la celebrazione dell’amore di Dio, l’accoglienza di questo amore, del quale la chiesa si ricarica per trasmetterlo ad ogni uomo e ad ogni creatura? Ma la gioia viene da Dio, perché la gioia è in Dio. Anzi Dio stesso è gioia, ed è gioia perché è amore. L’evangelista Giovanni nella sua prima Lettera, proclama che «Dio è amore» (4,8.16). Francesco fa udire la sua eco e, contemplando tale realtà, nelle Lodi di Dio Altissimo canta «Tu sei umiltà!» e «Tu sei gioia!». L’eco di Francesco si ripercuote ancora in don Tonino, perciò, dai giovani che lo ascoltano in Assisi, sceglie di congedarsi così: «Vi lascio un augurio: “Amate con gioia!”, perché lì è perfetta letizia: non tanto nell’essere amati ma nell’ amare».
[I commenti sono tratti da: Francesco Neri, Le stigmate e la misericordia, San Francesco d’Assisi nell’esperienza cristiana di don Tonino Bello, Ed. Insieme 2016]

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