Lettura biblica (Is. 55, 9-11)
Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.
Lettura francescana: La parola di Dio
Inseparabile dall’amore per l’Eucaristia è, in Francesco, l’amore per la parola di Dio. Dice a questo proposito nel Testamento:
«E dovunque troverò i nomi santissimi e le sue parole scritte in luoghi indecenti, voglio raccoglierle, e prego che siano raccolte e collocate in un luogo decoroso. E dobbiamo onorare e rispettare tutti i teologi e coloro che annunciano la divina parola, così come coloro che ci danno lo spirito e la vita».
In una lettera Francesco parla delle «fragranti parole del Signore»: paragona così, implicitamente, le parole di Dio a dei pani profumati. Il bel testo sull’Eucaristia che abbiamo citato sopra dalla Lettera a tutto l’Ordine è seguito immediatamente da un brano altrettanto vibrante sulla parola di Dio:
«Ammonisco tutti i miei frati e in Cristo li conforto perché, ovunque troveranno le divine parole scritte, come possono, le venerino e, per quanto spetti ad essi, se non sono ben custodite o giacciono sconvenientemente, disperse in qualche luogo, le raccolgano e le custodiscano onorando nella sua parola il Signore che ha parlato. Molte cose, infatti, sono santificate mediante le parole di Dio (1 Tm 4, 5), e in virtù delle parole di Cristo si celebra il sacramento dell’altare».
Le parole divine, come i divini misteri, sono per Francesco aspetti della presenza viva di Cristo. Di qui quel senso di concretezza e cura anche materiale di cui vuole che siano circondate. La parola di Dio è per lui una realtà quasi materiale e palpabile. Come per la Bibbia, dove la parola è qualcosa che «cade» su Israele, che «viene» o «si posa» sul profeta, che è attiva e operativa come la pioggia, la rugiada, il fuoco e il martello (cf Ger 23, 29). Francesco ha sperimentato questo potere della parola nella sua vita e lo ricorda proprio a questo punto del suo Testamento:
«E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo, Ed io con poche parole e semplicemente lo feci scrivere, e il signor Papa me lo confermò».
Allude all’episodio ben noto della triplice apertura a caso del Vangelo da cui ebbe la rivelazione di quello che doveva fare. Si possono avere delle riserve su questo modo di utilizzare la Scrittura aprendola a caso, ma la storia della Chiesa è piena di episodi del genere che hanno segnato l’inizio di vocazioni e realtà nuove. Fu così che nacque la vocazione eremitica di Antonio, che si concretizzò la conversione di Agostino, che Teresa di Lisieux, leggendo 1Cor 12-13, scoprì la sua vocazione nella Chiesa.
Non sempre, naturalmente, è necessario e consigliabile ricorrere a questo metodo. A volte più che aprire a caso la Scrittura, si tratta di ascoltarla a caso; di stare, cioè, con le orecchie sempre ben aperte, in modo da riconoscere una parola di Dio per noi nel momento in cui essa viene proclamata, per esempio, nella liturgia. Più che alla triplice apertura a caso dei Vangeli, Celano fa risalire la scelta di vita di Francesco all’ascolto del Vangelo dell’invio degli apostoli, avvenuto durante una Santa Messa. «Egli infatti – conclude il biografo – non era mai stato un ascoltatore sordo del Vangelo, ma, affidando ad una encomiabile memoria tutto quello che ascoltava, cercava con ogni diligenza di eseguirlo alla lettera». Si tratta dunque di stare con gli orecchi ben aperti per raccogliere «al volo» la parola a noi destinata, tra tutte quelle che ascoltiamo o leggiamo.
(Da: R. Cantalamesssa, Francesco d’Assisi. Il genio religioso e il santo, Ancora, 2018, pp. 146-7).

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