La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. (Lettera ai Filippesi 3, 20-21)
Commento
Il cammino di integrazione del negativo che Francesco deve compiere nella sua vita, viene affrontato molto presto. Incomincia davanti al Crocifisso di san Damiano e si celebra con il bacio al lebbroso, ch’egli rievoca nel Testamento come il momento dell’inizio della conversione. Si svolge all’interno della fraternità, con la sapiente accoglienza di tutti gli uomini mandati da Dio all’Ordine e la teorizzazione della fraternità ideale a partire dal dono di cui è concretamente portatore ognuno dei frati nella loro individualità irripetibile: Bernardo, Leone, Angelo, Masseo, Egidio, Rufino, Ginepro, Giovanni, Ruggero, Lucido… Tale integrazione del negativo trova uno snodo decisivo nell’episodio dell’incontro col lupo di Gubbio. Dietro la figura dell’animale selvaggio si cela verosimilmente, a livello storico, la persona di un criminale. Francesco si avvicina al ‘lupo’ con mitezza, e ne ottiene un drastico cambiamento di vita, con la trasformazione dell’aggressività nell’inserimento sociale. Un cammino che ingloba nell’accettazione la malattia, 1’alterità, la violenza.
Restava solo il faccia a faccia con il nemico assoluto, restava da integrare nel proprio orizzonte quello che nessun essere vivente si rassegna ad accogliere: la morte. Ma, preparato dal lungo allenamento che abbiamo tratteggiato, Francesco d’Assisi riesce anche in questo. Al proprio Cantico di frate Sole, pone in chiusura la strofa nella quale chiama la morte ‘sorella’ al pari della luna, delle stelle, dell’acqua e della terra: «laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skappare».
Per conseguenza, il santo umbro vive la propria morte come una liturgia. Essa gli è sorella perché gli dischiude l’incontro con Dio, e dunque l’accoglie in un contesto di timbro sacramentale.
Nel testo Maria, donna dell’ultima ora, don Tonino collega Maria e Francesco nel riferimento alla morte. Maria è vista come esperta di quest’ultima ora, anzitutto perché è stata presente accanto al Figlio nell’ora della croce, la stessa in cui ha ricevuto 1’affidamento dei suoi figli. L’altro motivo
Don Tonino Bello
sta nel fatto che l’hora mortis è un passaggio difficile. Un transito che mette paura, per quella carica di ignoto che si porta incorporata. Una transumanza che sgomenta, perché è l’unica che non si può programmare nei tempi, nei luoghi e nelle modalità. È come affrontare un’esile passerella di canne che oscilla sul vortice di un larghissimo fiume, pronto a inghiottirti. Di qui il realismo della preghiera: ora pro nobis… nunc et in hora mortis nostrae. Tu, cioè, sei esperta di quell’ora, dacci una mano perché ognuno, quando essa scoccherà sul quadrante della sua vita, l’accolga con la serenità di Francesco d’Assisi: «Laudato sie, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo omo vivente può skappare».
Commento
Nel 1991, a marzo, s’impegna in prima linea nell’accoglienza della prima ondata di albanesi in Puglia, e il l0 agosto è al porto di Bari per chiedere alle autorità statali più umanità verso gli albanesi del secondo esodo. Intanto i dolori che da tempo avverte allo stomaco si sono fatti impos- sibili da sopportare. Si sottopone ad esami clinici più approfonditi. Il 29 agosto la gastroscopia rivela che è colpito da un tumore maligno allo stomaco.
Nonostante il «drago» contro il quale deve lottare sia fortissimo, Antonio Bello non si arrende mai.
Don Tonino Bello
Mi avevano mandato nel mio paese natale per un po’ di riposo, che avrei dovuto esprimere con passeggiate sul mare e vita all’aria aperta. Ma quando mi sono accorto che non c’era nulla di tutto questo, perché soffrivo molto a causa dei miei dolori, mi son detto: «Tanto vale andare a Molfetta». Un vescovo deve soffrire e morire tra i suoi figli dove il Signore lo ha collocato.
Sono contento di questo, e farò di tutto per non rendere pastoralmente inutile questo periodo di difficoltà. Anzi, ho intenzione di inventare qualcosa: magari collegandomi con tutti gli ammalati della diocesi e, con me a capo, organizzare corali di implorazione per la crescita del regno di Dio.
Ieri un mio amico sacerdote, Don Ottorino Cacciatore, mi ha detto: «Certo lo stemma te lo sei indovinato: una Croce senza peso perché sorretta dalle ali». Non ci avevo pensato mai, anche perché quello è lo stemma del mio paese e io non sapevo cosa scegliere quando sono stato ordinato Vescovo. Una Croce con le ali, una Croce senza peso. Non vi sembra una promessa ed un colpo di speranza con cui il Signore ci invita, nonostante tutti i dolori della terra e nonostante le stroncature dei nostri programmi, ad aver fiducia nella sua misericordia?
[I commenti sono tratti da: Francesco Neri, Le stigmate e la misericordia, San Francesco d’Assisi nell’esperienza cristiana di don Tonino Bello, Ed. Insieme 2016]

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